Pubblico il lungo capitolo sul dissesto idrogeologico dal libro Guida ai green jobs, dove molte delle cose che stanno accadendo in questi giorni in Italia non solo non sono nuove, ma da tempo si sa come andrebbero affrontate. Creando un’economia diffusa sul territorio e nuova occupazione. Come esistono i medici per curare le malattie degli uomini, possono esistere professionisti per curare i mali della terra. In coda un’intervista, anch’essa contenuta nel libro, al noto geologo Mario Tozzi.
Eccolo.
SICUREZZA E TERRITORIO
di Tessa Gelisio & Marco Gisotti (da Guida ai green jobs, Edizioni ambiente)
Il terremoto che ha colpito L’Aquila e l’Abruzzo il 6 aprile del 2009, oltre a mettere in mostra l’ennesimo caso di malaffare italiano, è anche l’esempio di quanto siano ancora sottovalutate le norme di sicurezza e di prevenzione rispetto ai disastri naturali. Tale atteggiamento non fa che peggiorare i danni in caso di terremoto, alluvione o altro evento naturale, come le vicende del Vajont e quella di Sarno ancora testimoniano: due storie che dimostrano che quando l’uomo sottovaluta le dinamiche idrogeologiche del territorio che modifica può andare incontro alla distruzione di interi paesi e alla perdita di vite umane.
A proposito de L’Aquila, pochi sanno che durante il G8 organizzato dal governo italiano, le sette organizzazioni internazionali che costituiscono la Global Platform for Disaster Risk Reduction, fra cui il Programma per l’ambiente e quello per lo sviluppo delle Nazioni Unite, la Banca mondiale, la Croce rossa, hanno richiamato l’attenzione dei leader degli otto paesi più industrializzati per l’adozione di strategie atte alla riduzione dei rischi da catastrofe naturale (Disaster Risk Reduction, Drr).
L’importanza del tema a livello globale è accresciuta dall’aggravarsi dei mutamenti climatici. L’accentuarsi di fenomeni estremi come siccità o alluvioni, l’imprevedibilità e la violenza di tornado e cicloni, l’innalzarsi del livello dei mari dovuto allo scioglimento delle calotte polari mettono a dura prova molte popolazioni del mondo, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Azioni di adattamento e mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici non sono più procrastinabili e, come ha notato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, in occasione della riunione della Global Platform for Disaster Risk Reduction del 2009, “investire nella riduzione del rischio è una triplice vittoria: contro la povertà, contro le catastrofi e contro il cambiamento climatico”.
Per le sette organizzazioni internazionali i governi che partecipano al G8 sono “gli unici in grado di istituire, sostenere e attuare a livello nazionale piani di riduzione del rischio di catastrofi e contribuire ad affrontare i rischi associati ai cambiamenti climatici”.
Cinque sono i punti qualificanti della strategia per la riduzione dei rischi: integrare la riduzione del rischio in ogni strumento di sviluppo; promuovere misure efficaci per ridurre il numero di persone che vivono cronicamente in scarsità di cibo attraverso una migliore gestione del rischio soprattutto all’interno delle comunità; garantire a tutti i livelli la ricerca necessaria per sviluppare, diffondere e applicare le informazioni meteorologiche, i sistemi di allarme e la salvaguardia degli ecosistemi essenziali, anche attraverso il miglioramento della gestione delle risorse idriche e l’aumento dell’agricoltura sostenibile, della pesca e della silvicoltura; attivare rapidamente un sistema di valutazione globale di tutte le scuole e gli ospedali insieme a piani d’azione che rendano sanità e istruzione assicurate nei paesi maggiormente a rischio; predisporre, infine, espliciti impegni finanziari, per esempio destinando il 10% di tutti i fondi umanitari, l’1% di quelli allo sviluppo e una certa parte di quelli per l’adattamento ai cambiamenti climatici da destinare direttamente alla riduzione dei rischi da catastrofe.
Secondo le Nazioni Unite, i paesi col maggior numero di persone a rischio di terremoti, alluvioni, cicloni e frane, sono il Bangladesh, la Cina, l’India e l’Indonesia. Questa graduatoria misura il livello di esposizione ai rischi naturali e le capacità che i singoli paesi hanno di difendersi.
Il Giappone, per esempio, che ha un altissimo rischio di essere colpito da cicloni, è considerato a un livello medio di rischio perché ha un buon sistema di difesa e di mitigazione. Anche se, come affermato dalla International Strategy for Disaster Reduction delle Nazioni Unite, non esiste regione al mondo che non sia in pericolo.
Un piano di azione efficace per la messa in sicurezza di ogni paese deve prevedere finanziamenti pubblici e programmi d’azione efficaci. In questo senso appare particolarmente utile l’attività dell’Ilo, l’International Labour Office delle Nazioni Unite, che collabora con i ministeri e le agenzie dei diversi Stati per integrare le politiche di prevenzione del rischio a diversi livelli, coniugando sicurezza, economia e occupazione nella gestione dello sviluppo rurale e degli ecosistemi, con particolare attenzione alle strategie per ridurre i rischi e aumentare la capacità di ripresa creando occupazione verde; nella promozione di programmi di sicurezza alimentare e di diversificazione delle colture di base; nella piasicurezza nificazione urbana e nei programmi di miglioramento degli slum; nei programmi sanitari al fine di collegare la riduzione dei rischi a programmi per la sicurezza e la salute sui posti di lavoro come una componente fondamentale per la promozione di lavori dignitosi.
la penisola a rischio
Negli ultimi 800 anni in Italia si sono registrati quasi 5.000 eventi estremi con danni, di cui 2.300 relativi a frane e 2.070 a causa di inondazioni.
Nello stesso periodo sono state registrate, in media, 13,8 vittime all’anno in occasione di fenomeni franosi e 49,6 vittime all’anno per alluvioni. Solo nel XX secolo il numero complessivo fra vittime, feriti o dispersi è stato di 10.000 persone, oltre 350.000 senzatetto e sfollati e migliaia di case distrutte o danneggiate.
Dal 1918 a oggi in Italia si contano oltre 5.000 grandi alluvioni e 12.000 frane, una media di oltre 220 fenomeni all’anno, uno ogni 36 ore (un giorno e mezzo). Negli ultimi 50 anni, 3.500 persone hanno perso la vita (2.500 per le frane, oltre 1.000 per alluvioni), quasi 7 vittime al mese.
Dal 1998 (anno in cui è avvenuta la tragedia di Sarno che coprì di fango interi paesi provocando oltre 160 vittime) al 2007, considerando solo gli eventi di maggiore entità, secondo le stime dell’Ispra ci sono state più di 100 vittime e oltre 7,5 miliardi di euro di danni. Negli ultimi trent’anni si sono spesi complessivamente 100 miliardi di euro per far fronte alle emergenze. E la gravità della situazione si è resa manifesta una volta di più con l’alluvione di Messina nel 2009.
Oggi sono quasi 13.000 le aree a rischio idrogeologico elevato. Secondo i dati del Ministero dell’ambiente, il rischio più elevato per alluvioni e frane interessa quasi il 9,3% del territorio italiano, cioè circa 28.021 chilometri quadrati e le aree a elevato rischio idrogeologico coinvolgono quasi il 70% dei comuni italiani. Anche nelle regioni meno coinvolte da questi fenomeni, come la Sardegna o la Puglia, si sono verificati negli ultimi anni eventi in cui ci sono state vittime con danni decisamente notevoli.
Per fronteggiare questo rischio crescente esistono già alcuni strumenti, come le Autorità di bacino, la pianificazione di bacino e i piani stralcio.
Inoltre, il livello di approfondimento della materia permette di conoscere le misure che vanno attivate per ridurre i rischi e limitare i danni. Per rendere più efficace la prevenzione dei rischi di dissesto idrogeologico, è necessario rafforzare ed estendere l’utilizzo della normativa vigente e degli strumenti disponibili.
“Oggi – si legge nel documento del 2009 di Cgil e Legambiente Per combattere la recessione, creare lavoro, vincere la sfida climatica – si trascura la priorità strategica della messa in sicurezza del territorio, al punto che dopo la destabilizzazione di tutti i soggetti preposti alla tutela derivate dalla legge delega sull’ambiente voluta nel 2006 dall’ex Ministro all’ambiente Matteoli, si procede di rinvio in rinvio al fine di non incorrere nell’infrazione europea del mancato recepimento della direttiva europea sulle acque 60/2000. Solo adempiendo rapidamente all’indirizzo europeo e avendo a disposizione un’ampia strumentazione, si può garantire l’efficacia di una strategia di gestione del rischio che dipende, innanzitutto, dal grado di priorità attribuito a tale rischio, nel governare gli usi del territorio e nella ripartizione delle risorse finanziarie disponibili, a livello nazionale, regionale e locale.” Da Ministro dell’ambiente Matteoli aveva stimato che la cifra necessaria per la messa in sicurezza dell’intera penisola fosse di 44 miliardi di euro, cifra sostanzialmente confermata anche dal suo successore Pecoraro Scanio durante la Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici del 2007, dove i rischi idrogeologici sono stati inseriti nel più ampio spettro della tematica delle azioni di mitigazione e adattamento delle conseguenze del climate change.
Il paradosso italiano è che mentre non si riescono a trovare questi fondi per l’ambiente, nel febbraio 2009 è stata invece stanziata una cifra identica per la realizzazione in tre anni di diverse opere infrastrutturali. Ma 44 miliardi è anche la cifra che dal 1956 al 2000 è stata spesa per riparare le emergenze dovute ai danni del dissesto, ai quali negli ultimi dieci anni se ne sono aggiunti almeno un altro miliardo e 700.000.
Il rapporto Cgil-Legambiente analizza più in dettaglio i dati relativi alle spese sostenute per l’assetto idraulico del territorio nazionale ed evidenzia come con l’aumento delle spese in interventi ordinari vi è una con sicurezza temporanea crescita delle spese in interventi straordinari per alluvioni.
Una delle cause di questo andamento è da ricercare nella non idoneità di molti degli interventi operati in passato, attuati seguendo la logica dell’occupazione sempre maggiore del territorio a discapito degli spazi naturalmente destinati ai corsi d’acqua.
“Spesso – si legge nel rapporto – sono state realizzate opere inutili e costose, progettate quasi sempre su scala locale e quindi non funzionali le une alle altre, che hanno contribuito all’aumento di vulnerabilità del territorio oltre ad aver causato una forte dissipazione di risorse economiche. Al contrario, un esempio di come una corretta gestione del territorio porta anche a un notevole risparmio economico arriva dal bacino dell’Arno.” Stando, infatti, alle cifre riportate dall’Autorità di bacino dell’Arno, da una spesa prevista di 1,6 miliardi di euro si è passati a una cifra di 200 milioni di euro grazie a una programmazione leggera, ovvero basata soprattutto su monitoraggio e manutenzione del territorio, realizzazione di sistemi di allerta e allarme per la popolazione limitando gli interventi strutturali laddove realmente erano necessari.
Applicando lo stesso approccio a tutto il territorio nazionale sarebbe possibile ridurre di molto le risorse necessarie e con esse il livello di rischio idrogeologico e al tempo stesso migliorare la qualità e l’efficacia degli interventi.
investire nei green jobs
Passare insomma da una logica dell’emergenza a una della gestione, trasformando gli aiuti in investimenti. Dietro le cifre da spendere per la messa in sicurezza ci sono altrettante opere infrastrutturali, la riqualificazione del patrimonio abitativo e pubblico, il recupero di tecniche agricole abbandonate, il ripristino degli alvei dei fiumi… Si tratta per lo più di imprenditoria medio-piccola, capace di generare occupazione capillare sia nella fase di messa in opera sia in quella di manutenzione, spesso non specializzata ma affidata anche a figure più complesse: ingegneri, geologi, architetti paesaggisti e manutentori del verde. È anche vero che, rispetto a un investimento più o meno centralizzato come quello delle grandi opere occorre, in questo caso, il trasferimento in ambito locale di risorse finanziarie da gestire in loco, dove possono forse esserci maggiori dispersioni ma anche superiori capacità di sviluppo locale. La prevenzione, insomma, come motore di uno sviluppo sostenibile.
Perché ciò avvenga, secondo il rapporto già citato (l’unico a oggi che coniughi economia e prevenzione), bisogna puntare su due obiettivi.
Prima di tutto avviare un programma di studio e mappatura del territorio finalizzato all’aggiornamento delle perimetrazioni delle aree a rischio su cui intraprendere politiche di prevenzione attraverso l’affermazione di una tutela integrata del territorio, a partire dalla lotta all’abusivismo edilizio. Secondo, avviare un Piano nazionale di manutenzione dei fiumi e dei versanti che preveda tra le altre cose i piani di rimboschimento, la demolizione delle strutture abusive nelle aree a rischio e la lotta agli incendi.
Lo studio del territorio è fondamentale per la definizione di un quadro unitario a partire dalla stessa difesa dal rischio idrogeologico, ma anche tenendo conto degli altri rischi (in particolare del rischio sismico e vulcanico) e per integrare fra loro politiche e azioni diverse che hanno conseguenze rilevanti sull’assetto del territorio e dell’ambiente. Troppo spesso nel programmare e progettare quelle che sono chiamate grandi infrastrutture si prescinde dalla tutela della infrastruttura fondamentale: il territorio. La conservazione, la manutenzione e la sua qualità sono obiettivi prioritari, ma per poterli realizzare è necessaria una maggiore integrazione tra i distinti strumenti, piani e programmi, che fanno capo a diverse istituzioni che insistono sul medesimo territorio.
Il tema del coordinamento dei piani e dei programmi di tutela, fra di loro e fra questi e quelli di sviluppo, pur essendo prevista e attribuita in particolare ai Piani territoriali di coordinamento provinciali, o è trascurato, o è sviluppato in una forma ancora troppo debole. Il risultato è che questa integrazione, in caso di conflitto con usi economici, in atto o previsti, troppo spesso perde di priorità ed è rimossa per dare spazio a interessi particolari e di breve termine. Se il territorio è la più importante infrastruttura di un paese, la sua manutenzione ordinaria è tra le più importanti opere pubbliche di cui il Paese ha bisogno. Attualmente stenta a partire o è svolta in un modo largamente insufficiente nono sicurezza stante sia il più rilevante ed efficace intervento per prevenire e limitare i rischi e i danni del dissesto idrogeologico e sia prevista e regolata dalla normativa vigente e ripresa nei piani di bacino. Le cose da fare sono semplici, ma richiedono un impegno straordinario: occorre organizzare una rete estesa e diffusa di presidi territoriali che svolgano azioni di monitoraggio e manutenzione del territorio attraverso precisi programmi, coordinati a livello di bacino. Per attivare questi programmi sono necessari: un supporto tecnico qualificato e diffuso sul territorio, una figura di “tecnico condotto” in grado di guidare gli interventi da fare e indicare quelli da evitare; la possibilità di attivare l’intervento di addetti del settore agricolo e forestale, meglio se radicati sul territorio, insieme alla possibilità di impiegare nuova occupazione; un flusso di risorse finanziarie sufficiente e, soprattutto, costante e certo, in grado di alimentare un’ordinaria e durevole attività. Solo così sarà possibile effettuare una seria politica per la difesa del suolo e la gestione dei bacini idrografici, creando al tempo stesso posti di lavoro qualificati e duraturi a partire dalle aree più degradate del nostro paese.
INTERVISTA A MARIO TOZZI, GEOLOGO, RICERCATORE DEL CNR, CONDUTTORE TELEVISIVO E GIORNALISTA.
Sicurezza e territorio: pensa che nell’immediato futuro ci sarà una forte richiesta di professionalità in questo settore?
Nel contesto delle aree urbane sicuramente sì, e in qualche misura accadrà anche per le aree extra-urbane. Ma quello che attualmente preoccupa maggiormente è il depauperamento del bene ambientale causato soprattutto dall’inquinamento e dall’abusivismo edilizio. Di questi tempi con il termine “sicurezza ambientale” si intende soprattutto questo, specialmente se riferito ad aree di grande valenza naturalistica, siano esse extra-urbane e territoriali come le aree protette oppure urbane, come grandi parchi storici e aree verdi di grande valenza storico culturale.
Per quanto riguarda la sicurezza intesa come prevenzione dei dissesti idrogeologici possiamo dire che, un domani, sarà un settore che impiegherà un
numero sempre maggiore di risorse?
Insieme a Turchia, Grecia e, in qualche misura, Algeria, l’Italia è lo stato del bacino del Mediterraneo maggiormente esposto a rischi di quel genere. Il 47% del territorio è a rischio idrogeologico, il 30% a rischio per attività vulcanica e il 50% a rischio sismico. Insomma, gli italiani non si fanno mancare nulla in questo senso. Il comportamento poco virtuoso dei cittadini non solo aumenta la pericolosità di questi fenoguida meni ma in alcuni casi crea il rischio anche laddove non avrebbe dovuto esserci. Basta osservare le falde del Vesuvio: se si costruiscono case fino quasi al bordo del cratere, nel parco del Vesuvio, dove, a norma di legge, sarebbe vietata qualsiasi attività edilizia, è evidente che ci si sta esponendo a un inutile rischio. L’instabilità sismica dell’Aquilano la si conosceva dal 1935, anno di promulgazione della legge antisismica, ma si è continuato a costruire nell’area come se ci si trovasse in Pianura Padana. È evidente che nella maggior parte dei casi non si è trattato di una mancanza di personale con le specifiche competenze necessarie a valutare il rischio. Quindi si tratta di negligenza, più che di carenza di professionalità o competenze. Direi che in certi casi si è trattato di malafede vera e propria. I comuni sono zeppi di documenti che descrivono i profili geologici del territorio ma in molti casi vengono del tutto ignorati per favorire interessi speculativi, come è accaduto a Sarnico per esempio, dove il rischio idrogeologico dell’area che è stata investita dallo smottamento era stato descritto dal 1600.
In merito alle professioni coinvolte nella pianificazione territoriale, negli studi e nelle valutazioni come descriverebbe il quadro?
I progettisti sono sostanzialmente architetti e ingegneri, che in molti casi hanno avuto un approccio sbagliato al problema, diventando più o meno consapevolmente il “braccio armato” della distruzione paesaggistica e ambientale italiana. In Italia vengono divorati dal cemento circa 250.000 ettari all’anno, un’area record che non ha eguali in Europa: in Inghilterra sono 10.000, una superficie di territorio libero che ogni anno scompare nella sola Sicilia. I geologi, e lo dico non tanto per appartenenza alla categoria quanto per un’osservazione oggettiva della situazione, in questo senso sono di gran lunga più utili anche se spesso inascoltati come accadde prima delle costruzione della diga del Vajont. Tuttavia non sono considerati progettisti e quindi vengono chiamati in causa tardivamente, a volte a danno realizzato.
Secondo lei si è trattato di mancanza di competenze da parte dei tecnici o
di cattiva fede?
Non saprei. Imputo la cattiva fede specialmente agli amministratori o agli imprenditori edili senza scrupoli. Penso che non si tratti nemmeno della mancanza di conoscenze tecniche e teoriche, quanto piuttosto di una forma di presunzione professionale. Un po’ come se il progettista dicesse: costruirò la mia opera qui perché sono sicuro che reggerà. In effetti l’opera regge in genere, è il territorio che ne soffre, che non “regge”. Quindi forse il problema è l’ottica un po’ limitata con cui vengono approcciate l’urbanistica e le grandi opere: il contesto è importante quanto l’opera.
Se lei dovesse quindi dare un consiglio a un giovane che si volesse addentrare nel mondo della sicurezza e della pianificazione ambientale e territoriale, quale strada gli suggerirebbe di compiere?
Il cammino che suggerisco è quello di evitare il percorso ingegneristico per puntare piuttosto alla riscoperta del ruolo di “storico dei territori” del geologo per poter guidare la pianificazione fornendo informazioni essenziali in merito al contesto in cui un’opera verrà costruita. Agli ingegneri e agli architetti consiglio di allargare la propria visuale, comprendendo anche quello che sta attorno al loro progetto.



Si apre oggi a Torino la due giorni di IMAGE, Incontri sul management della green economy, organizzato a
L’Europa al centro del dibattito globale sul futuro del pianeta. È stata infatti la direttrice esecutiva dell