Contro le alluvioni i green jobs

Sarno sepolta dal fango dell'alluvione del 1998.

Pubblico il lungo capitolo sul dissesto idrogeologico dal libro Guida ai green jobs, dove molte delle cose che stanno accadendo in questi giorni in Italia non solo non sono nuove, ma da tempo si sa come andrebbero affrontate. Creando un’economia diffusa sul territorio e nuova occupazione. Come esistono i medici per curare le malattie degli uomini, possono esistere professionisti per curare i mali della terra. In coda un’intervista, anch’essa contenuta nel libro, al noto geologo Mario Tozzi.
Eccolo.

SICUREZZA E TERRITORIO
di Tessa Gelisio & Marco Gisotti (da Guida ai green jobs, Edizioni ambiente)

Il terremoto che ha colpito L’Aquila e l’Abruzzo il 6 aprile del 2009, oltre a mettere in mostra l’ennesimo caso di malaffare italiano, è anche l’esempio di quanto siano ancora sottovalutate le norme di sicurezza e di prevenzione rispetto ai disastri naturali. Tale atteggiamento non fa che peggiorare i danni in caso di terremoto, alluvione o altro evento naturale, come le vicende del Vajont e quella di Sarno ancora testimoniano: due storie che dimostrano che quando l’uomo sottovaluta le dinamiche idrogeologiche del territorio che modifica può andare incontro alla distruzione di interi paesi e alla perdita di vite umane.

A proposito de L’Aquila, pochi sanno che durante il G8 organizzato dal governo italiano, le sette organizzazioni internazionali che costituiscono la Global Platform for Disaster Risk Reduction, fra cui il Programma per l’ambiente e quello per lo sviluppo delle Nazioni Unite, la Banca mondiale, la Croce rossa, hanno richiamato l’attenzione dei leader degli otto paesi più industrializzati per l’adozione di strategie atte alla riduzione dei rischi da catastrofe naturale (Disaster Risk Reduction, Drr).

L’importanza del tema a livello globale è accresciuta dall’aggravarsi dei mutamenti climatici. L’accentuarsi di fenomeni estremi come siccità o alluvioni, l’imprevedibilità e la violenza di tornado e cicloni, l’innalzarsi del livello dei mari dovuto allo scioglimento delle calotte polari mettono a dura prova molte popolazioni del mondo, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Azioni di adattamento e mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici non sono più procrastinabili e, come ha notato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, in occasione della riunione della Global Platform for Disaster Risk Reduction del 2009, “investire nella riduzione del rischio è una triplice vittoria: contro la povertà, contro le catastrofi e contro il cambiamento climatico”.

Per le sette organizzazioni internazionali i governi che partecipano al G8 sono “gli unici in grado di istituire, sostenere e attuare a livello nazionale piani di riduzione del rischio di catastrofi e contribuire ad affrontare i rischi associati ai cambiamenti climatici”.

Cinque sono i punti qualificanti della strategia per la riduzione dei rischi: integrare la riduzione del rischio in ogni strumento di sviluppo; promuovere misure efficaci per ridurre il numero di persone che vivono cronicamente in scarsità di cibo attraverso una migliore gestione del rischio soprattutto all’interno delle comunità; garantire a tutti i livelli la ricerca necessaria per sviluppare, diffondere e applicare le informazioni meteorologiche, i sistemi di allarme e la salvaguardia degli ecosistemi essenziali, anche attraverso il miglioramento della gestione delle risorse idriche e l’aumento dell’agricoltura sostenibile, della pesca e della silvicoltura; attivare rapidamente un sistema di valutazione globale di tutte le scuole e gli ospedali insieme a piani d’azione che rendano sanità e istruzione assicurate nei paesi maggiormente a rischio; predisporre, infine, espliciti impegni finanziari, per esempio destinando il 10% di tutti i fondi umanitari, l’1% di quelli allo sviluppo e una certa parte di quelli per l’adattamento ai cambiamenti climatici da destinare direttamente alla riduzione dei rischi da catastrofe.

Secondo le Nazioni Unite, i paesi col maggior numero di persone a rischio di terremoti, alluvioni, cicloni e frane, sono il Bangladesh, la Cina, l’India e l’Indonesia. Questa graduatoria misura il livello di esposizione ai rischi naturali e le capacità che i singoli paesi hanno di difendersi.

Il Giappone, per esempio, che ha un altissimo rischio di essere colpito da cicloni, è considerato a un livello medio di rischio perché ha un buon sistema di difesa e di mitigazione. Anche se, come affermato dalla International Strategy for Disaster Reduction delle Nazioni Unite, non esiste regione al mondo che non sia in pericolo.

Un piano di azione efficace per la messa in sicurezza di ogni paese deve prevedere finanziamenti pubblici e programmi d’azione efficaci. In questo senso appare particolarmente utile l’attività dell’Ilo, l’International Labour Office delle Nazioni Unite, che collabora con i ministeri e le agenzie dei diversi Stati per integrare le politiche di prevenzione del rischio a diversi livelli, coniugando sicurezza, economia e occupazione nella gestione dello sviluppo rurale e degli ecosistemi, con particolare attenzione alle strategie per ridurre i rischi e aumentare la capacità di ripresa creando occupazione verde; nella promozione di programmi di sicurezza alimentare e di diversificazione delle colture di base; nella piasicurezza  nificazione urbana e nei programmi di miglioramento degli slum; nei programmi sanitari al fine di collegare la riduzione dei rischi a programmi per la sicurezza e la salute sui posti di lavoro come una componente fondamentale per la promozione di lavori dignitosi.

la penisola a rischio

Negli ultimi 800 anni in Italia si sono registrati quasi 5.000 eventi estremi con danni, di cui 2.300 relativi a frane e 2.070 a causa di inondazioni.

Nello stesso periodo sono state registrate, in media, 13,8 vittime all’anno in occasione di fenomeni franosi e 49,6 vittime all’anno per alluvioni. Solo nel XX secolo il numero complessivo fra vittime, feriti o dispersi è stato di 10.000 persone, oltre 350.000 senzatetto e sfollati e migliaia di case distrutte o danneggiate.

Dal 1918 a oggi in Italia si contano oltre 5.000 grandi alluvioni e 12.000 frane, una media di oltre 220 fenomeni all’anno, uno ogni 36 ore (un giorno e mezzo). Negli ultimi 50 anni, 3.500 persone hanno perso la vita (2.500 per le frane, oltre 1.000 per alluvioni), quasi 7 vittime al mese.

Dal 1998 (anno in cui è avvenuta la tragedia di Sarno che coprì di fango interi paesi provocando oltre 160 vittime) al 2007, considerando solo gli eventi di maggiore entità, secondo le stime dell’Ispra ci sono state più di 100 vittime e oltre 7,5 miliardi di euro di danni. Negli ultimi trent’anni si sono spesi complessivamente 100 miliardi di euro per far fronte alle emergenze. E la gravità della situazione si è resa manifesta una volta di più con l’alluvione di Messina nel 2009.

Oggi sono quasi 13.000 le aree a rischio idrogeologico elevato. Secondo i dati del Ministero dell’ambiente, il rischio più elevato per alluvioni e frane interessa quasi il 9,3% del territorio italiano, cioè circa 28.021 chilometri quadrati e le aree a elevato rischio idrogeologico coinvolgono quasi il 70% dei comuni italiani. Anche nelle regioni meno coinvolte da questi fenomeni, come la Sardegna o la Puglia, si sono verificati negli ultimi anni eventi in cui ci sono state vittime con danni decisamente notevoli.

Per fronteggiare questo rischio crescente esistono già alcuni strumenti,  come le Autorità di bacino, la pianificazione di bacino e i piani stralcio.

Inoltre, il livello di approfondimento della materia permette di conoscere le misure che vanno attivate per ridurre i rischi e limitare i danni. Per rendere più efficace la prevenzione dei rischi di dissesto idrogeologico, è necessario rafforzare ed estendere l’utilizzo della normativa vigente e degli strumenti disponibili.

“Oggi – si legge nel documento del 2009 di Cgil e Legambiente Per combattere la recessione, creare lavoro, vincere la sfida climatica – si trascura la priorità strategica della messa in sicurezza del territorio, al punto che dopo la destabilizzazione di tutti i soggetti preposti alla tutela derivate dalla legge delega sull’ambiente voluta nel 2006 dall’ex Ministro all’ambiente Matteoli, si procede di rinvio in rinvio al fine di non incorrere nell’infrazione europea del mancato recepimento della direttiva europea sulle acque 60/2000. Solo adempiendo rapidamente all’indirizzo europeo e avendo a disposizione un’ampia strumentazione, si può garantire l’efficacia di una strategia di gestione del rischio che dipende, innanzitutto, dal grado di priorità attribuito a tale rischio, nel governare gli usi del territorio e nella ripartizione delle risorse finanziarie disponibili, a livello nazionale, regionale e locale.” Da Ministro dell’ambiente Matteoli aveva stimato che la cifra necessaria per la messa in sicurezza dell’intera penisola fosse di 44 miliardi di euro, cifra sostanzialmente confermata anche dal suo successore Pecoraro Scanio durante la Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici del 2007, dove i rischi idrogeologici sono stati inseriti nel più ampio spettro della tematica delle azioni di mitigazione e adattamento delle conseguenze del climate change.

Il paradosso italiano è che mentre non si riescono a trovare questi fondi per l’ambiente, nel febbraio 2009 è stata invece stanziata una cifra identica per la realizzazione in tre anni di diverse opere infrastrutturali. Ma 44 miliardi è anche la cifra che dal 1956 al 2000 è stata spesa per riparare le emergenze dovute ai danni del dissesto, ai quali negli ultimi dieci anni se ne sono aggiunti almeno un altro miliardo e 700.000.

Il rapporto Cgil-Legambiente analizza più in dettaglio i dati relativi alle spese sostenute per l’assetto idraulico del territorio nazionale ed evidenzia come con l’aumento delle spese in interventi ordinari vi è una con sicurezza temporanea crescita delle spese in interventi straordinari per alluvioni.

Una delle cause di questo andamento è da ricercare nella non idoneità di molti degli interventi operati in passato, attuati seguendo la logica dell’occupazione sempre maggiore del territorio a discapito degli spazi naturalmente destinati ai corsi d’acqua.

“Spesso – si legge nel rapporto – sono state realizzate opere inutili e costose, progettate quasi sempre su scala locale e quindi non funzionali le une alle altre, che hanno contribuito all’aumento di vulnerabilità del territorio oltre ad aver causato una forte dissipazione di risorse economiche. Al contrario, un esempio di come una corretta gestione del territorio porta anche a un notevole risparmio economico arriva dal bacino dell’Arno.” Stando, infatti, alle cifre riportate dall’Autorità di bacino dell’Arno, da una spesa prevista di 1,6 miliardi di euro si è passati a una cifra di 200 milioni di euro grazie a una programmazione leggera, ovvero basata soprattutto su monitoraggio e manutenzione del territorio, realizzazione di sistemi di allerta e allarme per la popolazione limitando gli interventi strutturali laddove realmente erano necessari.

Applicando lo stesso approccio a tutto il territorio nazionale sarebbe possibile ridurre di molto le risorse necessarie e con esse il livello di rischio idrogeologico e al tempo stesso migliorare la qualità e l’efficacia degli interventi.

investire nei green jobs

Passare insomma da una logica dell’emergenza a una della gestione, trasformando gli aiuti in investimenti. Dietro le cifre da spendere per la messa in sicurezza ci sono altrettante opere infrastrutturali, la riqualificazione del patrimonio abitativo e pubblico, il recupero di tecniche agricole abbandonate, il ripristino degli alvei dei fiumi… Si tratta per lo più di imprenditoria medio-piccola, capace di generare occupazione capillare sia nella fase di messa in opera sia in quella di manutenzione, spesso non specializzata ma affidata anche a figure più complesse: ingegneri, geologi, architetti paesaggisti e manutentori del verde. È anche vero che, rispetto a un investimento più o meno centralizzato come quello delle grandi opere occorre, in questo caso, il trasferimento in ambito locale di risorse finanziarie da gestire in loco, dove possono forse esserci maggiori dispersioni ma anche superiori capacità di sviluppo locale. La prevenzione, insomma, come motore di uno sviluppo sostenibile.

Perché ciò avvenga, secondo il rapporto già citato (l’unico a oggi che coniughi economia e prevenzione), bisogna puntare su due obiettivi.

Prima di tutto avviare un programma di studio e mappatura del territorio finalizzato all’aggiornamento delle perimetrazioni delle aree a rischio su cui intraprendere politiche di prevenzione attraverso l’affermazione di una tutela integrata del territorio, a partire dalla lotta all’abusivismo edilizio. Secondo, avviare un Piano nazionale di manutenzione dei fiumi e dei versanti che preveda tra le altre cose i piani di rimboschimento, la demolizione delle strutture abusive nelle aree a rischio e la lotta agli incendi.

Lo studio del territorio è fondamentale per la definizione di un quadro unitario a partire dalla stessa difesa dal rischio idrogeologico, ma anche tenendo conto degli altri rischi (in particolare del rischio sismico e vulcanico) e per integrare fra loro politiche e azioni diverse che hanno conseguenze rilevanti sull’assetto del territorio e dell’ambiente. Troppo spesso nel programmare e progettare quelle che sono chiamate grandi infrastrutture si prescinde dalla tutela della infrastruttura fondamentale: il territorio. La conservazione, la manutenzione e la sua qualità sono obiettivi prioritari, ma per poterli realizzare è necessaria una maggiore integrazione tra i distinti strumenti, piani e programmi, che fanno capo a diverse istituzioni che insistono sul medesimo territorio.

Il tema del coordinamento dei piani e dei programmi di tutela, fra di loro e fra questi e quelli di sviluppo, pur essendo prevista e attribuita in particolare ai Piani territoriali di coordinamento provinciali, o è trascurato, o è sviluppato in una forma ancora troppo debole. Il risultato è che questa integrazione, in caso di conflitto con usi economici, in atto o previsti, troppo spesso perde di priorità ed è rimossa per dare spazio a interessi particolari e di breve termine. Se il territorio è la più importante infrastruttura di un paese, la sua manutenzione ordinaria è tra le più importanti opere pubbliche di cui il Paese ha bisogno. Attualmente stenta a partire o è svolta in un modo largamente insufficiente nono sicurezza stante sia il più rilevante ed efficace intervento per prevenire e limitare i rischi e i danni del dissesto idrogeologico e sia prevista e regolata dalla normativa vigente e ripresa nei piani di bacino. Le cose da fare sono semplici, ma richiedono un impegno straordinario: occorre organizzare una rete estesa e diffusa di presidi territoriali che svolgano azioni di monitoraggio e manutenzione del territorio attraverso precisi programmi, coordinati a livello di bacino. Per attivare questi programmi sono necessari: un supporto tecnico qualificato e diffuso sul territorio, una figura di “tecnico condotto” in grado di guidare gli interventi da fare e indicare quelli da evitare; la possibilità di attivare l’intervento di addetti del settore agricolo e forestale, meglio se radicati sul territorio, insieme alla possibilità di impiegare nuova occupazione; un flusso di risorse finanziarie sufficiente e, soprattutto, costante e certo, in grado di alimentare un’ordinaria e durevole attività. Solo così sarà possibile effettuare una seria politica per la difesa del suolo e la gestione dei bacini idrografici, creando al tempo stesso posti di lavoro qualificati e duraturi a partire dalle aree più degradate del nostro paese.

INTERVISTA A MARIO TOZZI, GEOLOGO, RICERCATORE DEL CNR, CONDUTTORE TELEVISIVO E GIORNALISTA.

Sicurezza e territorio: pensa che nell’immediato futuro ci sarà una forte richiesta di professionalità in questo settore?

Nel contesto delle aree urbane sicuramente sì, e in qualche misura accadrà anche per le aree extra-urbane. Ma quello che attualmente preoccupa maggiormente è il depauperamento del bene ambientale causato soprattutto dall’inquinamento e dall’abusivismo edilizio. Di questi tempi con il termine “sicurezza ambientale” si intende soprattutto questo, specialmente se riferito ad aree di grande valenza naturalistica, siano esse extra-urbane e territoriali come le aree protette oppure urbane, come grandi parchi storici e aree verdi di grande valenza storico culturale.

Per quanto riguarda la sicurezza intesa come prevenzione dei dissesti idrogeologici possiamo dire che, un domani, sarà un settore che impiegherà un

numero sempre maggiore di risorse?

Insieme a Turchia, Grecia e, in qualche misura, Algeria, l’Italia è lo stato del bacino del Mediterraneo maggiormente esposto a rischi di quel genere. Il 47% del territorio è a rischio idrogeologico, il 30% a rischio per attività vulcanica e il 50% a rischio sismico. Insomma, gli italiani non si fanno mancare nulla in questo senso. Il comportamento poco virtuoso dei cittadini non solo aumenta la pericolosità di questi fenoguida meni ma in alcuni casi crea il rischio anche laddove non avrebbe dovuto esserci. Basta osservare le falde del Vesuvio: se si costruiscono case fino quasi al bordo del cratere, nel parco del Vesuvio, dove, a norma di legge, sarebbe vietata qualsiasi attività edilizia, è evidente che ci si sta esponendo a un inutile rischio. L’instabilità sismica dell’Aquilano la si conosceva dal 1935, anno di promulgazione della legge antisismica, ma si è continuato a costruire nell’area come se ci si trovasse in Pianura Padana. È evidente che nella maggior parte dei casi non si è trattato di una mancanza di personale con le specifiche competenze necessarie a valutare il rischio. Quindi si tratta di negligenza, più che di carenza di professionalità o competenze. Direi che in certi casi si è trattato di malafede vera e propria. I comuni sono zeppi di documenti che descrivono i profili geologici del territorio ma in molti casi vengono del tutto ignorati per favorire interessi speculativi, come è accaduto a Sarnico per esempio, dove il rischio idrogeologico dell’area che è stata investita dallo smottamento era stato descritto dal 1600.

In merito alle professioni coinvolte nella pianificazione territoriale, negli studi e nelle valutazioni come descriverebbe il quadro?

I progettisti sono sostanzialmente architetti e ingegneri, che in molti casi hanno avuto un approccio sbagliato al problema, diventando più o meno consapevolmente il “braccio armato” della distruzione paesaggistica e ambientale italiana. In Italia vengono divorati dal cemento circa 250.000 ettari all’anno, un’area record che non ha eguali in Europa: in Inghilterra sono 10.000, una superficie di territorio libero che ogni anno scompare nella sola Sicilia. I geologi, e lo dico non tanto per appartenenza alla categoria quanto per un’osservazione oggettiva della situazione, in questo senso sono di gran lunga più utili anche se spesso inascoltati come accadde prima delle costruzione della diga del Vajont. Tuttavia non sono considerati progettisti e quindi vengono chiamati in causa tardivamente, a volte a danno realizzato.

Secondo lei si è trattato di mancanza di competenze da parte dei tecnici o

di cattiva fede?

Non saprei. Imputo la cattiva fede specialmente agli amministratori o agli imprenditori edili senza scrupoli. Penso che non si tratti nemmeno della mancanza di conoscenze tecniche e teoriche, quanto piuttosto di una forma di presunzione professionale. Un po’ come se il progettista dicesse: costruirò la mia opera qui perché sono sicuro che reggerà. In effetti l’opera regge in genere, è il territorio che ne soffre, che non “regge”. Quindi forse il problema è l’ottica un po’ limitata con cui vengono approcciate l’urbanistica e le grandi opere: il contesto è importante quanto l’opera.

Se lei dovesse quindi dare un consiglio a un giovane che si volesse addentrare nel mondo della sicurezza e della pianificazione ambientale e territoriale, quale strada gli suggerirebbe di compiere?

Il cammino che suggerisco è quello di evitare il percorso ingegneristico per puntare piuttosto alla riscoperta del ruolo di “storico dei territori” del geologo per poter guidare la pianificazione fornendo informazioni essenziali in merito al contesto in cui un’opera verrà costruita. Agli ingegneri e agli architetti consiglio di allargare la propria visuale, comprendendo anche quello che sta attorno al loro progetto.

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newclimate

SEKEM Holdings Group — an Egyptian company offering products such as pharmaceuticals, organic foods and textiles — is incorporating adaptation priorities into a comprehensive sustainability strategy in order to reduce its vulnerability to climate change risks, while also working to provide products and services that increase resilience in local communities.

 

SEKEM has identified climate change adaptation as a key long-term business strategy, and has developed adaptation- oriented quality standards for products, services and solutions that also meet consumers’ current and emerging needs. The company partners with farmers, producers, vendors and consumers to market and distribute products in the context of a changing climate. SEKEM has identified practical methods of incorporating adaptation into its enterprise management model, including employing organic methods of agricultural production and updating its water management practices with more efficient drip irrigation methods.

 

Such methods help integrate climate change mitigation and adaptation priorities into core business practices, with important benefits for enhancing efficiency as well as increasing institutional climate change resilience.

 

SEKEM is integrating climate change risks and opportunities into each of its business units and key decision-making processes, with particular emphasis on addressing energy, food and water security issues. Its Sustainability Unit makes recommendations to key decision-makers across all business units and levels of management. In order to track the progress of climate-related strategies, SEKEM devised a set of indicators related to adaptation priorities and communicates those indicators through its Sustainability Balanced Scorecard system. The Scorecard tracks adaptation-focused performance indicators, and is an effective way of tracking progress through comparisons to previous assessments and communicating progress (as well as areas for improvement) to internal and external stakeholders.

 

For its internal stakeholders, SEKEM discusses adaptation goals and progress indicators with groups of employees (most notably its Sustainability Units) in each SEKEM subsidiary.

 

In addition, SEKEM’s management team discusses and evaluates its annual sustainability report and invites the company’s shareholders to quarterly board meetings to discuss issues relevant to sustainability, climate change and adaptation.

 

For its external stakeholders, SEKEM engages in strategic cooperation with key partners and consumers, and regularly discusses climate change goals and metrics with various media platforms. The company has established an extensive network of communications nationally and internationally — through proactive engagements on conferences, workshops, trade shows and other events — in order to ensure that climate change issues are highlighted on the national policy agenda.

 

SEKEM has also recognized that engaging with local communities is a central adaptation priority, and in conjunction with the SEKEM Development Foundation (which maintains a variety of programmes in social development, research, health care, education and vocational training) has developed various methods of communication and consultation with local stakeholders. For SEKEM, participation in these events and having consistent interactions with external partners are crucial to developing new ideas and methods for innovation.

 

 

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Try climate

Drawing on the results of a 2010 survey of corporate signatories to the United Nations Global Compact and the United Nations Environment Programme Caring for Climate initiative, as well as on existing literature, this report makes the business case for private sector adaptation to climate change in ways that build the resilience of vulnerable communities in developing countries. It then offers actions that companies and policymakers can pursue to catalyze and scale up private sector action on adaptation. It is ultimately the responsibility of the public sector to meet the critical climate change adaptation needs of the poor and vulnerable; thus private sector engagement cannot substitute for critically needed public investment and policies. However, private sector investment can serve as a pivotal part of a comprehensive governmentled approach to addressing climate impacts.

This report is a resource for companies with a national, regional or global reach that are interested in increasing their strategic focus on adaptation in developing countries where they have operations, supply chains, employees and current or potential customers.

While many companies are focused on climate change mitigation — slowing the rate of climate change through reduction of greenhouse gas emissions and other strategies — most have yet to develop strategies for dealing with the immediate to long-term consequences of climate change. This report is also aimed at national and international policymakers involved in climate change and sustainable development dialogues and decision-making, including those who will participate in the United Nations Conference on Sustainable Development in 2012 (Rio+20). It is hoped that the report’s findings will be useful for a much wider range of actors as well, including small, local businesses in developing countries that are on the front line of climate impacts; civil society organizations seeking to strengthen their work around climate change and sustainable development; and subnational policymakers, who are in a key position to shape a productive interface among government, communities and businesses.

 

Private Sector Adaptation, Sustainable Development and the Green Economy

 

The challenges that communities in developing countries face as a result of climate change — such as more frequent and intense storms, water scarcity, declining agricultural productivity and poor health — also pose serious challenges for businesses. Community risks are business risks. Both local and global companies depend on community members as suppliers, customers and employees. They also depend on local resources, services and infrastructure to be able to operate. It is difficult to separate community well-being from companies’ viability and, in turn, overall economic growth.

Businesses that make these connections and adapt to climate change with community needs in mind can gain a competitive edge.

Businesses that respond to climate change in ways that undermine communities’ efforts to adapt may face reputational and brand risks, and they may even lose their ability to operate in certain locations. Through responsible, strategic approaches to addressing climate change risks and opportunities, in consultation with people in affected communities, companies can:

●● Avoid costs, manage liabilities and build resilience to climate change impacts by addressing climate risks throughout their operations and value chains, while at the same time increasing community resilience.

●● Expand market share and create wealth in communities by developing and deploying new products and services that help people adapt.

●● Access new opportunities to collaborate with the public sector, as developing country governments seek corporate partners who can effectively deliver goods and services that support high-priority climate change adaptation efforts.

●● Build corporate reputation and exercise good corporate citizenship by showing commitment to decreasing climate vulnerability and promoting long-term resilience in places where it is needed most.

Investment or other private sector actions taken to adapt to climate change can also have the benefit of promoting a transition to a “green economy”, which has been identified by governments as one of the anchoring themes of Rio+20. In its simplest expression, a green economy is one that is low-carbon, resource-efficient and socially inclusive. In a green economy, growth in income and employment can be generated by strategic public and private investments in developed and developing countries that reduce greenhouse gas (GHG) emissions, improve resource efficiency and prevent the loss of biodiversity and ecosystem services (that is, the benefits of nature to people). Businesses can accelerate the transition to a green economy by taking advantage of the natural synergies that exist between green economy initiatives and climate change adaptation opportunities. When businesses work with communities to restore mangrove forests as natural barriers against storms, or develop affordable drip irrigation equipment that can be used by small-scale farmers facing water scarcity, they are also greening the economy.

 

 Business Perspectives and Action on Adaptation

 

The Caring for Climate survey revealed that 83 percent of 72 responding companies believe that climate change impacts pose a risk to their products or services. A slightly higher percentage of companies (86 percent) think that responding to climate change risks, or investing in adaptation solutions, poses a business opportunity for their company.

Many Caring for Climate companies surveyed have employees and operations in developing countries, which are disproportionately vulnerable to climate change and have limited resources with which to adapt. Not only are companies that operate in, have markets in or source in developing countries exposed to risk, but they can also play a critical role in building climate resilience in these countries.

However, beyond planning for the most obvious or immediate threats — increasingly unreliable access to key inputs like water and energy, for example, or damage to assets from flooding — most companies are not yet taking concrete steps to address climate change risks and to respond to new opportunities in a comprehensive, integrated way.

There is not yet widespread understanding among Caring for Climate signatories of what climate adaptation is and what it means for them or for the markets they serve.

Uncertainties about the location, magnitude, potential timing and consequences of climate change impacts make it risky for them to tackle adaptation on their own, and few good tools exist to help businesses assess climate risks and opportunities. The survey revealed that companies find it difficult to incorporate scientific climate change data, which typically cover a large geographic area and span a long-term time frame, into practical business decision-making, which tends to be shorterterm in nature and location-specific. Information about the full range of adaptation costs and benefits is often not available as an input to companies’ investment analyses. Companies may see few economic and policy incentives to make significant up-front investments that bolster long-term climate resilience, for the company and for communities that will be most affected by climate change impacts.

These factors can make it difficult for businesses to make adaptation a strategic priority. Even if key internal stakeholders have prioritized adaptation, it can be hard for them to find the capacity to consult and communicate with a wide range of key external stakeholders, including suppliers and customers. Few Caring for Climate signatories are engaging with suppliers around the issue of climate risk, and few are exploring how their customers’ needs may change as a result of climate change impacts, and what the corresponding business implications — and possible missed opportunities — may be of shifting demands and preferences. Companies also reported challenges in analyzing the connection between their own adaptation needs and community needs; only half of the companies that responded to the Caring for Climate survey said that they have recognized the possible social consequences (positive or negative) of their adaptation strategies. In the end, very few Caring for Climate signatories have been able to design comprehensive adaptation goals with corresponding business indicators to track economic performance and progress towards those goals.

Although business adaptation to climate change is clearly at a nascent stage, approximately one-third of companies surveyed reported having a strong emphasis on addressing climate risks, and about the same percentage reported a strong emphasis on responding to adaptation opportunities.

The survey revealed some emerging best practices in how companies are responding to complex climate change challenges and opportunities while contributing to sustainable development. This report provides several case studies that not only serve as models for other companies, but also provide evidence that private sector adaptation at the nexus of company needs and the needs of vulnerable communities in developing countries makes good business sense.

Strategic private sector adaptation to climate change must be a purposeful process: It will not happen by chance. Companies must prioritize adaptation and take action to address risks and pursue opportunities.

Governments can assist companies to overcome barriers to investment and harness the resources and innovation of the private sector to contribute to the public good.

 

Practical Measures for Companies

 

Companies will find that addressing the impacts of climate change necessitates a departure from business as usual; traditional approaches are insufficient. Adaptation champions within the company will want to focus their colleagues’ attention on three key questions: 1) What does climate resilience mean for the company? 2) What will position the company to navigate risks and lead markets in a warming world? and 3) How will the company engage partners to minimize risks and seize opportunities? Effective, comprehensive responses to these questions will require companies to…

 

●● Connect climate “adaptation” and “resilience” to the company and corporate culture, building on existing mitigation initiatives.

●● Integrate climate adaptation into core strategic business planning processes.

●● Align business objectives with adaptation priorities.

●● Build a portfolio of climate-resilient goods and services.

●● Build mutually beneficial strategies with stakeholders; build communication channels.

●● Partner with internal and external decision-makers.

 

Practical Measures for Policymakers

 

Governments have a central role to play in catalyzing private sector provision of goods and services that support climate change adaptation and in encouraging climate-resilient business practices. Some public sector efforts to incentivize business contributions to adaptation must be developed and implemented through agreements at the international level. Policy focus at the national and local level, however, is essential, because adaptation challenges and solutions are specific to each locality, and business barriers and opportunities will be country-specific.

To create a facilitating environment for private sector investment in climate change adaptation, policymakers can…

 

 

●● Demonstrate policy and finance commitment to adaptation.

●● Engage businesses as stakeholders in planning and implementation.

●● Stimulate the market for adaptation through financial and risk-reduction incentives.

●● Develop policy and regulatory frameworks to guide corporate practices.

●● Provide businesses with the information and tools they need to make investments that support climate resilience in vulnerable communities.

●● Consider new forms of public-private partnerships to tackle the most complex challenges to sustainable development and climate resilience.

 

Conclusion

 

Addressing the adaptation needs of vulnerable communities at the scale that is necessary will require unprecedented levels of cooperation, collaboration and resource mobilization among governments, businesses, civil society groups and communities themselves. The private sector has much to contribute to the development and implementation of climate change adaptation solutions, including sector-specific expertise, technology, significant levels of financing, efficiency and an entrepreneurial spirit. The key is to find the nexus of shared interest where business incentives align with communities’ adaptation needs. Companies that rigorously assess climate change risks and opportunities and implement creative solutions that build long-term resilience will create business value while making important contributions to sustainable development and equitable green growth.

 

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Donne per tecnologie (e lavori) più verdi

Al Mit di Boston è stato incrementato il numero di toilette per donne. Sembra quasi una cosa divertente, ma è più seria di quanto non sembri. E’ il segno dei tempi.
Il problema di genere esiste in gran parte dei paesi industrializzati e praticamente in tutti i settori lavorativi, perché dovrebbe essere diverso nel mondo dell’innovazione tecnologica e delle tecnologie verdi in particolare?
E’ l’esperienza di Sonita Lontoh, che scrive sul blog di Forbes, una delle più importanti riviste di economia d’oltreoceano, che, laureatasi al Mit di Boston, è tornata a San Francisco con la speranza e l’idea di cambiare le cose.
Il fatto è che le donne hanno una capacità maggiore rispetto agli uomini di investire nelle tecnologie verdi perché più alto è in loro il senso di costruire un futuro sostenibile per le genrazioni attuali e future.
A sostegno del Lontoh c’è anche da un recente studio della National Science Foundation, per il quale “le donne hanno più capacità di fare carriera nel mondo delle tecnologie quando sannodi poter incidere su una questione sociale”.
In questo senso, scrive Sonita Lontoh, la “green technology” è davvero un mix di tecnologia, scienze umane, scienze sociali e ingegneria che possono fare la differenza nel mondo.
“La mia storia è un esempio calzante – continua la ricercatrice -. Quando stavo studiando le diverse opzioni per continuare la mia carriera nel mondo delle tecnolgie verdi, ho preso in considerazione tre criteri principali: l’aspirazione, l’innovazione e la trasformazione”.
Sonita Lontoh lavora oggi nello sviluppo delle smart grid. E scrive su Forbes.
E’ lei stessa a invitarci a visitare il suo profilo su LinkedIn: http://www.linkedin.com/in/sonitalontoh

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Lavoro verde dai rifiuti

Quanto lavoro dalla filiera virtuosa del riciclaggio dei rifiuti? Me lo hanno chiesto questa mattina a Image, la due giorni sulla green economy organizzata a Torino da Greenews.info e .Eco.
Pubblico qui il mio intervento.
Sembra che in natura quasi ogni attività produca rifiuti, scarti. Persino l’ossigeno, alle origini della vita sul nostro pianeta, era in qualche modo il gas di “scarto” prodotto dai primi organismi che abitarono la Terra.
Il concetto di rifiuto è in realtà culturale. Scartiamo per abitudine, ma spesso anche per ragioni di igiene, ciò che rimane quando da una cosa abbiamo sottratto ciò che ci era più utile. Lo facciamo col cibo, sia quando lo cuciniamo sia quando lo digeriamo. La parte in più, inutile o nociva, è il rifiuto.
Per secoli questi scarti che rifiutavamo riuscivano ad essere integrati in ciclo virtuoso che li vedeva tornare in natura e avere il tempo di trasformarsi, oppure, in periodi storici più industrializzati, potevano essere utilizzati per altri scopi.
Una delle società più simili, per densità di popolazione e tecnologia, a quella moderna fu senza dubbio quella latina. Nella Roma repubblicana, prima, e in quella imperiale, poi, poco o nulla poteva essere buttato definitivamente. Tutto era utilizzato al massimo delle sue potenzialità e lo scarto di ognuno poteva rivelarsi la risorsa di un altro. C’era persino chi passava di casa in casa a raccogliere l’urina delle famiglie per utilizzarla nell’industria conciaria!
Per la verità il “problema” dei rifiuti è tipico della modernità e delle società densamente popolate. Ma è anche, dicevamo, un problema culturale. I cumuli di rifiuti tecnologici, i telefoni cellulari in modo particolare, sono l’esempio di un’obsolescenza puramente culturale, dell’effetto delle mode sulla nostra psiche che nella ricerca di gratificazione butta via ciò che sarebbe ancora utile. C’è chi non indossa più una maglietta, una camicia o un paio di scarpe solo perché passate di moda: per costoro gli armadi di casa sono pieni di inutili scarti, di rifiuti che apparirebbero gioielli agli occhi di chi non considera la moda (o è troppo indigente per considerarla).
Potremmo dire, con un pizzico di radicalismo, che i rifiuti non esistono.

Miniere

Pensiamo alle discariche non come la fine degli oggetti, ma come alla loro origine. Come se fossero miniere. Sembra fantascienza ma in alcune discariche, in giro per il mondo, si lavora davvero a questa ipotesi, da sviluppare con le tecnologie più raffinate: si chiama “landfill mining”, lo scavo delle discariche per ricavarne materie prime. Man mano che cresce il prezzo delle materie prime, ciò che abbiamo gettato via per quarant’anni cambia valore, diventa oro da recuperare. A volte è letteralmente oro, come quello contenuto nei circuiti degli apparecchi elettronici.
Conviene? William Hogland, docente di ingegneria ambientale all’università di Kalmar, in Svezia, la spiega così: «il valore di questa opzione dipende dalla situazione specifica: cosa c’è nella discarica, come si decide di scavare, come viene trattato il materiale che contiene, come vengono separate e commercializzate le diverse componenti. Le informazioni che abbiamo ricavato su quattordici discariche del Mar Baltico è che mettendo insieme i vantaggi economici ed ecologici, l’intera operazione equivale a diverse centinaia di miliardi di euro. Di queste discariche, una su cinque deve comunque essere chiusa o rimossa per i pericoli che rappresenta per le risorse idriche circostanti e per gli effetti negativi sull’atmosfera rappresentati dalle emissioni di CO2 e di metano».

Tilapie

Ai buongustai del pesce la tilapia fa un po’ orrore. Si tratta di un pesce d’allevamento, non particolarmente pregiato, ma che può essere prodotto, soprattutto in Cina, in proporzioni industriali tanto da soddisfare l’intera richiesta mondiale, in particolare americana. Solo negli Stati Uniti se ne consumano infatti 475 milioni di tonnellate all’anno; la catena Wal.Mart ne importa dalla Cina 200 container al mese. Sia l’allevamento che la conservazione (è venduto per lo più in filetti congelati) presentano una serie di problemi, ma molti derivano dai rifiuti derivati dagli scarti di lavorazione.
Elisabeth Rosenthal racconta sul New York Times di aver visitato in Honduras un impianto di acquacoltura e trasformazione dove di questo pesce non si butta via niente: i filetti finiscono, ovviamente, sul mercato americano; la pelle è venduta in Thailandia per la fabbricazione di prodotti di bellezza; testa e scarti di carne vengono trasformati in farine o per estrarre olio di pesce. L’olio ottenuto viene distillato in biodiesel che viene utilizzato per i veicoli in uso presso l’impianto. Lo squame è venduto in Italia per le iniezioni di collagene («mi chiedo – scrive la giornalista – se le donne italiane siano consapevoli dell’origine ittica delle loro labbra gonfiate»). La morale dell’articolo del NYT è ovviamente scontata: quello honduregno è un esempio eclatante di green economy.

Lavori

Secondo il Green Jobs Report dell’Unep, il riciclaggio dei rifiuti consente un’importante riduzione del consumo energetico e di inquinamento di aria e acqua. Le tecnologie e le pratiche adottate variano notevolmente in ogni parte del mondo. Alcuni Paesi hanno leggi molto rigorose, altri non ne hanno affatto; alcuni praticano la separazione manuale dei rifiuti, in altri è tutto fortemente automatizzato; c’è chi riesce ad ottenere un recupero assai raffinato dei materiali e chi non ci riesce per incapacità o per disinteresse. Dove si affida il trattamento e il riuso ai privati e dove tutto è gestito dal pubblico.
Sotto il profilo occupazionale questa difformità offre un’enorme bacino di professionalità richieste, ma anche una grande diversità e disparità in termini di condizioni di lavoro e di retribuzione, che rende difficile persino all’Unep produrre una stima del numero di posti di lavoro esistenti. I 60 paesi membri del Bureau of International Recycling (BIR) di Bruxelles processano 500 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno, compresi i rottami ferrosi e non ferrosi, acciaio e leghe speciali, carta, tessili, materie plastiche e gomma, con un fatturato annuo di 160 miliardi di dollari, impiegando oltre un milione e mezzo di persone. Ma questo numero non include la maggior parte dei paesi in via di sviluppo.
Nei soli Stati uniti il settore del riciclaggio genera un fatturato di 236 miliardi di dollari e dà lavoro a 1,1 milioni di persone. E anche se il conferimento in discarica e l’incenerimento si accaparrano grandi quantità di rifiuti, il Green Jobs report mette in evidenza come il riciclaggio generi ormai il doppio delle entrate.
E, parlando di occupazione, ma riciclare crea più lavoro che non il conferimento in discarica o l’incenerimento dei rifiuti. Studi realizzati su tre città degli Stati uniti, Baltimora, Washington e Richmond, hanno stabilito che in media 100.000 tonnellate di rifiuti creano 79 posti di lavoro per la raccolta e il trasferimento e altri 162 posti per la trasformazione, in tutto 241. Praticamente 10 volte i lavoratori necessari per mettere in discarica una analoga quantità di rifiuti. Nello Stato del Vermont si è calcolato che il riciclaggio di 1 milione di tonnellate di materiali vari possono generare dai 550 ai 2.000 posti di lavoro, rispetto ai 150-1.100 dell’incenerimento e a ai 50-360 delle discariche.

Italia

In Italia il mondo dei rifiuti ha subito un’effettiva svolta nel 1997 con il decreto Ronchi, che ha introdotto il concetto di responsabilità condivisa tra quanti erano coinvolti nella produzione, distribuzione, utilizzo e consumo dei beni da cui si originano i rifiuti. In altre parole, si è superato dopo decenni di immobilismo nel settore, il tradizionale concetto di smaltimento dei rifiuti a favore di una visione più complessiva del problema: la gestione integrata, basata sulla pianificazione e sul coordinamento degli interventi. Ciò nondimeno la produzione dei rifiuti urbani ha continuato a crescere tra il 2000 e il 2008, raggiungendo i 32,5 milioni di tonnellate (+12 per cento). La buona notizia, però, è che anche la raccolta differenziata ha subito un’impennata: fra il 1996 e il 2008 è infatti passata dal 7,1 per cento di tutti i rifiuti prodotti al 30,6 per cento (quasi 10 milioni di tonnellate). E nel 2008 7 Regioni hanno superato il 35 per cento.
In termini occupazionali, secondo il Consorzio nazionale recupero imballaggi (Conai) il settore del riciclaggio in Italia ha registrato un giro di affari stimato per 670 milioni di euro, ha evitato l’apertura di 325 nuove discariche ed ha creato in dieci anni 76 mila nuovi posti di lavoro.
La necessità di individuare figure professionali in grado di intervenire, attivamente, nel ciclo integrato dei rifiuti urbani e in particolare nel sistema del riciclo , rappresenta una sfida di grande importanza in chiave ambientale ed economica e che può coinvolgere professionisti provenienti da iter di studi anche assai diversi fra loro dal manager esperto nella pianificazione del ciclo integrato dei rifiuti urbani all’esperto della commercializzazione dei materiali derivanti dal recupero e dal trattamento, fino al tecnico dell’informazione.
La rivoluzione dei green job è appena cominciata.

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Green economy e green jobs da oggi a Torino

Si apre oggi a Torino la due giorni di IMAGE, Incontri sul management della green economy, organizzato a Greenews.info e .Eco.
Numerosi workshop e dibattiti che, come spiegano gli organizzatori, saranno “ritagliati” sulle peculiarità del mercato e della realtà italiana, per evitare il rischio di inconcludenza e le discussioni in astratto.
Ogni tavola rotonda del workshop partirà dagli spunti dei relatori raccolti dalle nostre redazioni in un numero monografico, che sarà presentato in anteprima, ogni anno, all’apertura dell’evento.
Un agile e utile strumento di lavoro che possa servire da stimolo per le pubbliche amministrazioni, le università, gli enti di formazione e le imprese.
Lavoro e impresa declinato dalle rinnovabili al green building, dalla mobilità alla comunicazione, dai rifiuti all’agricoltura.
Tanti i relatori, fra i quali Paolo Carnemolla (presidente di Federbio), Aurelio Angelini (Università di Palermo, Master in comunicazione ambientale), Marco Moro (Edizioni ambiente), Anna Masera (caporedattrice La Stampa), Giorgio Airaudo (segretario naz. Fiom), Edgar Meyer (direttore Ecoideare), Marco Gisotti (Green jobs, Modus).
Il programma comlpeto è sul sito: http://www.workshop-image.itt

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L’Europa alleata dei Nobel per una nuova visione di sviluppo sostenibile

L’Europa al centro del dibattito globale sul futuro del pianeta. È stata infatti la direttrice esecutiva dell‘Agenzia europea per l’ambiente (AEA), Jacqueline McGlade, ad aver guidato i lavori del 3° Simposio dei premi Nobel sulla Sostenibilità globale (Nobel Laureate Symposium on Global Sustainability) che si concluderanno oggi a
Stoccolma.
Lo scopo era quello di giungere ad un documento sottoscritto da una vasta comunità di scienziati, intellettuali da consegnare al Comitato sulla sostenibilità delle Nazioni unite (High Level Panel on Global Sustainability) che sta lavorando alla grande conferenza mondiale sull’ambiente che si svolgerà a Rio de Janeiro nel 2012, vent’anni esatti dopo quella storica del 1992.
Nel documento, dal titolo Stockholm Memorandum: Tipping the Scales towards Sustainability, si ribadisce quanto la nostra specie sia divenuta ormai il principali attore per il futuro del pianeta e che le nostre azioni collettive potrebbero avere conseguenze improvvire e irreversibili per le comunità umane e per gli ecosistemi in generale.
Per Mario Molina, premio Nobel nel 1995 per la chimica: «Siamo la prima generazione ad aver avuto l’intuizione dei nuovi rischi globali che attendono l’umanità. Non possiamo continuare il nostro cammino attuale ed è necessario agire rapidamente».
«La scienza – continua Molina – ci può guidare nella ricerca di una strada verso la sostenibilità globale, a patto che essa svolga un dialogo aperto con la società».
«L’umanità sta alterando pesantemente le condizioni della vita sulla Terra – spiega la McGlade, sia in veste di direttrice dell’AEA che moderatrice dell’incontro dei Nobel -. Gli ecosistemi stanno raggiungendo uno stato in cui potrebbero o collassare o mutare così profondamente da indurre enormi impatti su le nostre società e le nostre economia. È ora di scegliere un cammino di trasformazione che garantisca la sostenibilità globale per le future generazioni».
Non a caso, infatti, il punto principale del Memorandum è proprio quello di intendere la sostenibilità ambientale come condizione preliminare,e  quindi improrogabile, per l’eliminazione della povertà, per lo sviluppo (importante: non si parla di “crescita”) economico e per la giustizia sociale.

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